L'ammiraglia di Greenpeace, la Rainbow Warrior III, navigherà per due mesi sul Rio delle Amazzoni per mostrare al mondo la bellezza dell'Amazzonia. Oltre alle meraviglie del polmone del pianeta, denunceremo i responsabili della sua distruzione e dimostreremo che ci sono le soluzioni per raggiungere il nostro obiettivo comune: Deforestazione Zero in Amazzonia. Accompagnaci in questo magico viaggio e aiuta il popolo brasiliano a salvare l’Amazzonia. L'Amazzonia è vasta, maestosa e ospita un quarto delle specie conosciute. Il giaguaro, il delfino rosa, il bradipo, il fiore più grande al mondo, la scimmia piccola come uno spazzolino da denti e un ragno grande come una palla da baseball sono solo alcune delle specie che conosciamo. Ma ce ne sono ancora molte, tutte da scoprire.
L'Amazzonia è la casa di oltre 20 milioni di persone e centinaia di indigeni che non hanno mai avuto contatti con il mondo esterno. L'Amazzonia è un enorme deposito di carbonio che ci aiuta a stabilizzare il clima e mitigare i cambiamenti climatici: trattiene tra 80 e 120 miliardi di tonnellate di CO2. http://www.greenpeace.org/italy/it/
Tutta colpa dei telomeri : invecchiare e’ un
processo inevitabile, malgrado tutte le scoperte scientifiche e i
processi della medicina: colpa dei telomeri, ovvero le estremita’ dei
cromosomi che, accorciandosi a ogni ciclo, si deteriorano. Invecchiare e’ un processo inevitabile, malgrado tutte le scoperte
scientifiche e i processi della medicina: colpa dei telomeri, ovvero le
estremita’ dei cromosomi che, accorciandosi a ogni ciclo di
proliferazione delle cellule, segnano l’inesorabile passare del tempo e
determinano l’invecchiamento cellulare. La scoperta emerge da uno studio italiano, pubblicato oggi dalla
rivista Nature Cell Biology, condotto da Marzia Fumagalli e Francesca
Rossiello sotto la guida di Fabrizio d’Adda di Fagagna – responsabile
all’IFOM (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) del programma di
ricerca intitolato “Telomeri e senescenza” – che disegna la mappa delle
regioni piu’ indifese del genoma: le estremita’ dei cromosomi, dove i
danni al DNA sono irreparabili. La ricerca, condotta in collaborazione
con studiosi dell’Universita’ di Milano-Bicocca e della statunitense New
Jersey Medical School, dimostra anche che la vulnerabilita’ di queste
porzioni del patrimonio genetico ha implicazioni in uno dei processi
fisiologici fondamentali e inesorabili: l’invecchiamento.Le cellule, come i tessuti e gli organismi, invecchiano. Invecchiare per
cellule che si dividono in continuazione significa prima di tutto
smettere di proliferare. Le cellule proliferanti si accorgono dello
scandire del tempo – e a un certo punto smettono di riprodursi – proprio
a partire dai telomeri, poiche’ a ogni ciclo vitale ne perdono un
pezzo. Il fenomeno, del tutto normale, dipende dal meccanismo stesso con
cui esse copiano il proprio materiale genetico prima di duplicarsi. Ci
sono cellule, pero’, che non proliferano e non perdono le proprie
sequenze telomeriche. Sono tante nell’organismo: i neuroni, per esempio,
che specializzandosi nello svolgimento delle proprie funzioni, hanno
smesso di dividersi. Come fanno queste a capire che invecchiano? La
risposta potrebbe emergere proprio dalle implicazioni della scoperta
pubblicata su Nature Cell Biology. Con il passare del tempo, infatti, accorciarsi non e’ l’unica cosa che
puo’ accadere ai telomeri “Dato che le lesioni al DNA – afferma lo
scienziato – vengono riparate ovunque nel genoma tranne che nei
telomeri, ci siamo chiesti se questo potesse avere un nesso con
l’invecchiamento e abbiamo riscontrato con l’eta’ un accumulo
progressivo di danni in queste porzioni cromosomiche in cellule e
tessuti, indipendentemente dal loro accorciamento”. La cellula, quindi,
leggerebbe il passare del tempo non solo nella lunghezza dei telomeri,
ma anche nella loro compromessa integrita’, parametro fondamentale
quest’ultimo in particolare per cellule che hanno smesso di dividersi e
che, quindi, non accorciano i propri telomeri, ma comunque invecchiano.
DNA sotto attacco “Che il DNA si rompa e’ un evento tutt’altro che raro
nella vita della cellula” spiega d’Adda di Fagagna. “Al contrario –
continua – si potrebbe dire che il materiale genetico e’ sotto attacco
praticamente di continuo. Senza considerare eventi straordinari come
l’esposizione a radiazioni o a diversi agenti chimici e fisici in grado
di danneggiarlo, le minacce vengono dalle stesse attivita’ vitali della
cellula”.
Intervista esclusiva al tre volte campione del mondo di F1. Che rivive il passato raccontato nel film.
Niki Lauda ha un atteggiamento abbastanza supponente nei confronti della vita. Forse perché sa di essere stato molto fortunato a sopravvivere al terribile incidente nel circuito del Nürburgring nel 1976. Quel fatidico giorno la sua Ferrari sbatté contro la roccia a lato del circuito, roteò su se stessa e venne investita da un’altra vettura, trasformandosi in una pira metallica. Lauda perse i sensi, le fiamme avvolsero l’abitacolo dove rimase svenuto per quella che sembrò un’eternità, finché un altro pilota, Arturo Merzario, non lo estrasse dal rottame. "Altri 10 secondi in quell’auto in fiamme e ora non sarei qui", ricorda Lauda, sorseggiando un café crème affondato in un morbido divano della sua suite d’albergo di Vienna.
Dal 19 settembre sarà nelle sale italiane "Rush", film sulla sua rivalità con il pilota inglese James Hunt, in lizza per il campionato di Formula 1 del 1976. Diretta da Ron Howard, la pellicola vede la partecipazione dell’attore tedesco Daniel Brühl ("Bastardi senza gloria", "The Edukators") nei panni di Lauda e del fusto australiano Chris Hemsworth nelle vesti di Hunt. «Lauda e Hunt erano star del circuito: due assoluti professionisti nell’olimpo dell’automobilismo» afferma Howard. «Erano i tempi in cui il sesso era sicuro, correre in auto era pericoloso e non ce n’era per nessuno».
I due piloti erano diventati buoni amici nelle stagioni precedenti, pur essendo agli antipodi quanto a carattere e stile di guida. Lauda era pragmatico, disciplinato e rigoroso, mentre Hunt era un forte bevitore, sessualmente insaziabile e talvolta un corridore spericolato. A quei tempi la morte era uno spettro costante, nonché un rischio professionale per i piloti. La Formula 1 era lo sport più pericoloso del mondo e ogni anno alcuni dei piloti più dotati perdevano la vita al volante di auto da corsa notoriamente fragili.
A metà della stagione 1976 Lauda andò come detto vicinissimo alla morte al Nürburgring. Le fiamme che avvolsero la sua Ferrari gli bruciarono l’orecchio destro e la fronte, sfigurandogli il volto. Rimase in coma per diversi giorni in ospedale con i polmoni in gravi condizioni a causa dei fumi tossici che aveva respirato mentre giaceva privo di sensi nel rottame in fiamme. Quando arrivò in ospedale, i medici non erano ottimisti circa le sue possibilità di sopravvivenza. "Un prete mi diede l’estrema unzione", aggiunge Lauda. Invece ce l’ha fatta, tornando in pista solo sei settimane dopo, nonostante le sue condizioni precarie.
Vincitore del campionato di Formula 1 dell’anno precedente, Lauda era ancora in cima alla classifica del 1976 grazie alle gare che aveva vinto nella stagione ed era determinato a vincere anche questa volta. "Mi chiedevano se volevo continuare e io rispondevo sempre sì. Volevo vedere se ero in grado di tornare in auge. Ero consapevole dei rischi, erano anni che vedevo altri piloti morire davanti ai miei occhi". Questa è l’essenza dell’atteggiamento di Lauda. Benché avesse visto la morte in faccia e fosse rimasto terribilmente sfigurato, il pilota austriaco tornò in pista, nel Gran Premio di Monza, con la testa ancora fasciata, solo sei settimane dopo l’incidente. Le ustioni non erano ancora completamente guarite e diversi piloti distoglievano lo sguardo inorriditi davanti al suo viso devastato. Lauda aveva anche dovuto subire un intervento di chirurgia plastica per riuscire a chiudere le palpebre correttamente. Ma era deciso a difendere il titolo ed era ancora in cima alla classifica alla vigilia della gara conclusiva del Gran Premio di Tokyo.
La gara finale venne disputata sotto una tempesta inclemente e molti sostenevano che avrebbe dovuto essere annullata. Ma Bernie Ecclestone e gli organizzatori della corsa decisero che si tenesse comunque, considerando l’altissima audience televisiva in fremente attesa del duello tra Lauda e Hunt, alla guida di una McLaren. Hunt era solo a tre punti da Lauda e tutto si giocava in quell’ultima corsa. Lauda uscì al secondo giro, mentre Hunt tagliò il traguardo per terzo, aggiudicandosi il suo primo e unico campionato mondiale di Formula 1.
In questa intervista, Niki Lauda racconta come il suo incontro ravvicinato con la morte non gli abbia comunque impedito di continuare a correre e andare avanti nella vita. Niki, che sensazioni ha provato nel tornare in pista dopo aver quasi perso la vita solo sei settimane prima?
"Quando, dopo l’incidente, sono nuovamente uscito in pubblico, la gente mi guardava scioccata e questo mi turbava. Pensavo che fossero scortesi a non cercare di nascondere le loro emozioni negative di fronte al mio aspetto. Ma quando ho visto il film, mi sono messo nei panni degli altri e ho capito il punto di vista della gente che mi vedeva e questo mi ha aiutato a capire perché gli altri restavano sconvolti". E lei come ha reagito davanti al suo volto sfigurato?
"In quel momento ho accettato il mio aspetto. Non ci pensavo, semplicemente andavo avanti… Ma mia moglie è svenuta quando mi ha visto per la prima volta, così mi sono reso conto che non facevo senz’altro una bella impressione. Mi sono chiesto: ma sono davvero così terribile? Ora, invecchiando, le cicatrici si confondono con le rughe e... beh (alza le spalle) ci si fa l’abitudine". Non ha mai pensato alla chirurgia plastica?
"No. Ho dovuto fare solo un intervento per migliorare la mia capacità visiva. La chirurgia estetica è insulsa e costosa, l’unico risultato è che mi darebbe una faccia diversa. Mi hanno operato agli occhi in modo da migliorarne la funzionalità e, finché il resto funziona, non me ne importa niente. Bisogna accettare le cose come sono. Non riesci a renderti conto di come ti sentiresti finché non capita a te. Quando ci sei dentro, vedi le cose in modo diverso, ti chiedi cosa fare, come gestire la situazione, e quando hai capito come affrontare la faccenda, non te ne importa più niente".
Ha ricevuto proposte da chirurghi plastici dopo l’incidente?
"Costantemente. Ma non mi piace l’aspetto che dà la chirurgia plastica. Che cosa pensa di quelle stupide che continuano a farsi rifare? Io penso che non vada bene. Se ti fai rifare qualcosa, la gente se ne accorge immediatamente. Chi non si è mai trovato nelle tue condizioni non può immaginare cosa farebbe al tuo posto. Semplicemente si chiede: perché è così? Perché non fa qualcosa? Forse, se fossero nei miei panni, farebbero la stessa cosa. Pensi a quelle donne che si sono fatte rifare le labbra e hanno quest’espressione schifosa (atteggia le labbra a canotto)". Si chiede perché le donne ricorrano alla chirurgia plastica?
"Io non sopporto la chirurgia plastica. Devi avere abbastanza personalità da essere in grado di superare tutte queste idiozie sulla bellezza e trovare la forza di amarti per come sei. Quando le donne ricorrono alla chirurgia plastica, vuol dire che non sono in grado di accettarsi. Mi è capitato più volte che la gente si interrogasse sul mio aspetto. Almeno posso dire di aver avuto un incidente. Per me è inconcepibile che della gente che non ha subìto alcun incidente si sottoponga a interventi". Che cosa ne pensa del modo in cui Brühl ha interpretato il suo personaggio nel film "Rush"?
"Sono rimasto molto colpito. È stato davvero bravo, e parla anche l’inglese meglio di me... È venuto a Vienna per conoscermi e studiarmi per un po’ di tempo. L’ho anche portato al Gran Premio del Brasile, un paio di anni fa. Mi piace. Gli ho chiesto dove ha trovato più difficoltà. Mi ha risposto che, siccome la gente mi ha visto in tv, ha sentito delle interviste o scambi di battute, sa come parlo, quindi non è stata un’impresa facile". Con quale spirito affrontò la gara finale a Tokyo nel 1976?
"Quando abbiamo corso in Giappone, io ero ancora primo. Quella settimana ha piovuto all’inverosimile e, a mio avviso, quando abbiamo iniziato la corsa era troppo pericoloso guidare. Così mi sono ritirato dopo il primo giro. James è arrivato terzo e ha vinto il titolo per un punto: un buon risultato per lui. Io ho avuto la fortuna di sopravvivere a quel terribile incidente e ho scelto di non mettere nuovamente a repentaglio la mia vita". Come ricorda il periodo in cui correva?
"Era sempre una battaglia per rimanere vivo. Dovevi arrivare al limite senza fare errori. Ho avuto tante esperienze positive e negative. Ho imparato tanto dalla vita. Sono convinto di essere molto più carismatico di prima(sorride). Non so perché non provo alcuna paura. Sono sempre stato molto sicuro di me. Sono cresciuto in una famiglia perbene qui in Austria. Mi hanno insegnato come usare coltello e forchetta. Fin da bambino ho sviluppato una personalità salda e positiva. Poi sono passato attraverso tantissime vicende terribili, come il mio incidente, che mi hanno insegnato a essere ancora più forte. Sono sempre stato capace di imparare dalle mie esperienze e andare avanti". Che rapporto aveva con James Hunt? Il film vi ritrae come rivali accaniti che diventano amici grazie al rispetto l’uno per l’altro…
"Eravamo effettivamente amici. Lo conoscevo già prima di incontrarlo in Formula 1. Le nostre vite si sono sempre incrociate. Era molto competitivo e anche molto veloce. Per tanti aspetti eravamo uguali. Quando lo guardavo negli occhi, capivo esattamente quello che provava. Ho sempre nutrito un grande rispetto per lui in gara. Potevi guidare a due centimetri dalle ruote della sua auto ed essere certo che non avrebbe mai fatto una cazzata. Era un grande pilota". Lei è così serio e pragmatico come viene dipinto nel film? E Hunt era davvero il suo opposto, sfrenato e donnaiolo?
"Mi piaceva il suo stile di vita. Tutti e due abbiamo avuto molte donne. Io non ero così intemperante come James, però eravamo simili e ho condiviso una parte delle sue esperienze. Non ero così rigoroso nel mio atteggiamento quanto appaio nel film, anche se ero senz’altro più disciplinato di lui. Non ho mai bevuto prima di una corsa, ma certamente dopo non potevo esimermi". Era a causa della pressione della guida?
"Ogni corsa avrebbe potuto essere l’ultima. Oggi è diverso. Ogni volta che uscivamo indenni da una gara facevamo una festa per celebrare il fatto di essere ancora vivi. Erano tempi diversi. James era semplicemente più eccessivo, e il film lo mette in evidenza. Non abbiamo mai avuto rivalità per le donne. Con altri piloti andavo magari a bere una birra dopo la corsa e finiva lì, non era un’amicizia. Con James era diverso, lui era diverso". C’erano aspetti positivi del pericolo che doveva affrontare come pilota, sapendo che aveva buone probabilità di morire?
"No. Correre in Formula 1 significa controllare la tua auto e testare i tuoi limiti. Per questo la gente corre: per sentire la velocità, la macchina e il controllo. Ai miei tempi, se ti spingevi troppo oltre, ti ammazzavi. Dovevi trovare il giusto equilibrio, come un funambolo, per rimanere in vita. Era la precisione, non il pericolo, che mi interessava. Io ero più tecnico degli altri. Non volevo andare più veloce; volevo capire la macchina in modo da sapere esattamente come farla andare più forte". Quando ha concluso la sua carriera in Formula 1, dopo aver vinto un altro campionato nel 1984, ha fondato una compagnia aerea, la Lauda Air. Nel 1991, però, c’è stato un terribile incidente in Thailandia in cui hanno perso la vita tutti i 223 passeggeri. Quali effetti ha avuto quella tragedia su di lei?
"La sciagura del Boeing 767 è stato l’altro terribile evento della mia vita… Ho capito che non è possibile controllare il futuro. Ma non sono preoccupato. Si può sempre imparare a superare le difficoltà". Lei è rimasto un pilota appassionato e guida sempre personalmente il suo aereo. Cosa preferisce pilotare, auto o aerei?
"Le auto sono la mia professione, mentre uso gli aerei per mia comodità. Sono stato un pilota commerciale per molti anni, quindi se devo recarmi per esempio in Brasile ci vado con il mio aereo. Vado a vedere qualsiasi corsa con il mio jet Global 5000 da 12 posti, che può volare per 12 ore di fila. Non prendo mai i voli di linea". Successivamente ha gestito un’altra compagnia aerea, la FlyNiki, che poi ha venduto. Sente la mancanza di un’attività nel settore?
"No. L’ho venduta non appena ho iniziato a collaborare con la Mercedes (è il presidente del team, ndr). Air Berlin voleva comprare la mia compagnia: era il momento giusto, il prezzo era congruo, ho accettato". I soldi sono stati una motivazione importante per lei?
"Non ho mai lavorato per i soldi, così come non ho mai corso per guadagnare. Prima di tutto devi correre e poi, se vinci, arrivano anche i soldi. Questo è l’atteggiamento che ho avuto in tutta la mia vita. Ho sempre fatto quello che mi piaceva e, se lo facevo bene, arrivava anche il riscontro economico. Non sono attaccato al denaro, anche se non mi dispiace averlo". Si è risposato diversi anni fa con Birgit Wetzinger (una ex hostess della FlyNiki). Come l’ha conosciuta?
"L’ho incontrata a una festa e me ne sono innamorato. Mi ha colpito subito per via dei suoi stivali... portava stivali bassi, stile hippy, il contrario dei tacchi alti che avevano tutte le altre donne, ma non sapevo che lavorasse per la mia compagnia aerea, l’ho scoperto solo in seguito. Per farla breve, le ho chiesto di uscire e da lì è iniziato tutto. Ci siamo sposati e dopo otto mesi sono nati Max e Mia". In "Rush" lei conosce la sua prima moglie Marlene dandole un passaggio mentre fa l’autostop. È accaduto veramente?
"In realtà l’ho incontrata a una festa e l’ho accompagnata da qualche parte, però lei non mi ha riconosciuto: pensava fossi un tennista. Nel film si vede anche che lei dà un passaggio ad alcuni autostoppisti e li spaventa a morte guidando a velocità pazzesca. Questa parte è vera (sorride)". Ha mai la tentazione di sfrecciare per le strade austriache?
"No, ma quando la polizia mi ferma perché guido un po’ troppo veloce esordisco così: 'Non posso farne a meno, ce l’ho nel sangue'. Gli agenti o ridono o me la fanno pagare (ride)". Le piacerebbe che uno dei suoi gemelli diventasse un pilota?
"Spero di no, ma è troppo presto per dirlo. Mia figlia, tuttavia, è una spericolata. È esattamente come me. Proprio in questo momento, qui a Vienna, è la prima volta che mi trovo da solo con i bambini, perché mia moglie è a New York. Subito dopo questa intervista corro a casa perché va via la baby-sitter e non vedo l’ora di stare con loro. È una bellissima esperienza. Birgit sosteneva che non ce l’avrei mai fatta, invece procede tutto bene". Lei sembra sempre molto freddo, controllato e pragmatico. È così anche nella vita privata?
"Sono emotivo, ma non lo do a vedere. Cerco di proteggermi. Sono sempre sotto i riflettori, quindi dissimulo. Sono facile alle lacrime quando guardo film melensi: non so perché, ma mi viene da piangere". È ancora in contatto con la famiglia di Hunt?
"Solo con suo fratello". Quali sono i suoi ricordi più belli di lui?
"Eravamo agli antipodi, ma entrambi volevamo vincere. È triste che non sia qui ora accanto a me. È stato sfortunato: non beveva e non si faceva più da quattro anni e ha avuto un attacco di cuore. È morto troppo presto e troppo giovane. Vorrei che potesse vedere il film. Sarebbe stato il momento più bello (gli occhi di Lauda si inumidiscono)". C’è qualcosa che potrebbe indurla a risalire su un’auto da corsa e ricominciare a correre?
"No. Ho provato qualsiasi tipo di macchina in ogni maniera possibile. Mi sono quasi ammazzato. Mi sono ritirato. Poi ho ricominciato. Ora non mi interessa più. Ho messo giudizio (fa un sorriso malizioso)".
Ayrton Senna, il racconto della dottoressa: "Così mi morì in braccio"...
Sono le 18.40 del 1° maggio 1994, in mezzo a una selva di microfoni, telecamere e volti segnati dalle lacrime, dalla tensione, dalle preghiere, tocca alla dottoressa Maria Teresa Fiandri, Primario del reparto di Rianimazione e del 118 dell’Ospedale Maggiore di Bologna, annunciare al mondo in diretta tv che Ayrton Senna è morto dopo il terribile incidente di Imola. Venti anni dopo, quella stessa voce calma e risoluta ripercorre per Libero il giorno in cui “il ragazzo che parlava con gli occhi” li chiuse per sempre. Dottoressa, dove era alle 14.17 di quella domenica?
«A casa, stavo guardando il Gp in tv con i miei figli, appassionati di F1. Non ero di guardia ma ero reperibile. Ho capito subito che l’incidente era molto grave, mi sono cambiata e sono saltata in macchina. Non ho neppure aspettato che mi chiamassero, il bip del cercapersone è suonato quando ero già per strada. Sono arrivata al Maggiore contemporaneamente all’elicottero». Ventotto minuti dopo l’incidente. E lì prese in consegna Ayrton.
«Era in coma molto profondo, ma aveva battito cardiaco e prima di esaminare la Tac non si poteva sapere quante speranze reali ci fossero. Che era molto grave lo avevamo capito subito, il quadro era già apparso chiaro al dottor Gordini e ai medici che lo avevano soccorso al circuito». Quel movimento della testa che per la gente a casa era un segno di speranza...
«Purtroppo era un segnale di estrema gravità. Quando poi abbiamo visto la Tac abbiamo capito che le lesioni erano enormi e inoperabili. Il cervello era così danneggiato... ». A seguito delle indagini e del controverso processo, è stato appurato che nello schianto contro il muretto la sospensione destra della Williams si staccò, portando con sé la gomma che colpì Senna alla testa, mentre il braccetto penetrò nella visiera e trafisse il brasiliano nella regione del lobo frontale destro.
«Non so se sia stato il colpo diretto o il contraccolpo a causare più danni. Il braccetto aveva causato un taglio profondo, era la cosa che si notava subito; poi abbiamo visto le fratture craniche e da lì abbiamo deciso di fare l’elettroencefalogramma per capire se ci fosse o meno attività cerebrale». Ma tutto quel sangue che si vede dalle immagini tv?
«Era causato dal taglio, era stata lesa l’arteria temporale. La grande quantità di sangue fu una cosa che colpì anche noi». La telemetria ha dimostrato che nei due secondi fra la rottura del piantone dello sterzo e lo schianto Senna reagì, frenò e scalò le marce, passando da circa 310 km/h a 211. Se non ci fossero stati l’impatto con la gomma e il braccetto come sarebbe andata?
«Il resto del corpo era integro, non c’erano altre lesioni importanti, Ayrton ha avuto un’incredibile sfortuna. Bastava un palmo più a destra: non posso dire che non sarebbe successo nulla, ma certamente altri danni significativi sul corpo non ce n’erano». Com’era Senna quando è arrivato al Maggiore?
«Era bello e sereno, mi ha fatto quell’impressione lì. Ovviamente il viso era un po’ gonfio per il trauma ma ricordo che c’era una persona accanto a me che anche lei esclamò: “Quanto è bello...”». C’era qualcosa nel destino di Ayrton...
«Forse sì, anche le cose su di lui che ho letto dopo quel giorno mi hanno dato questa impressione: un destino alla fine infelice, come se lui nel profondo avesse sempre saputo che sarebbe morto giovane». Nei due giorni precedenti ci furono altri drammi.
«Ma non ero di turno. È stato un weekend terribile, fra spettatori, meccanici, una serie di eventi da lasciare senza parole». Come fa un medico nella sua posizione a contenere le emozioni?
«Ci vuole gran capacità di autocontrollo altrimenti è meglio non fare il medico. E poi aiuta l’esperienza, eravamo un’équipe molto organizzatae in quelle situazioni non si era mai soli». Avevate percezione di vivere un momento storico?
«Sì, lì per lì almeno io ero un po’ sconfortata, anche un po’ spaventata, ma poi l’esperienza viene in soccorso». Dopo gli inutili trattamenti che avete provato, è arrivato il momento dell’annuncio.
«Sì, ma non avevamo nessuna tabella di marcia per le comunicazioni ai media, come qualcuno ha riportato, così come non è vero che a Senna praticammo 18 trasfusioni. Io credo di aver dato notizie due o tre volte, una di sicuro quando abbiamo visto l’elettroencefalogramma che non dimostrava attività, cosa che oggi consentirebbe di dichiarare la morte, ma allora non potevamo farlo perché per la legge italiana la morte coincideva con l’arresto cardiaco: e finché non si è fermato il cuore, noi non potevamo constatare il decesso». Da medico si è dovuta trasformare in personaggio mediatico.
«Mi sono esposta il meno possibile, perché non è proprio il mio temperamento». Com’è annunciare la morte di qualcuno?
«Brutto, per quanto si cerchi di prepare i parenti e condividere il momento - con un minimo di filtro, altrimenti nessuno riuscirebbe a fare il nostro lavoro. Quelle volte in cui riusciamo a dare buone notizie però ci ripagano». Cosa sente oggi quando vede Senna in tv o sui giornali?
«Una sensazione strana, affetto, come se ci fosse un legame. Però non vado mai a riguardare sue foto, perché il ricordo di quel giorno mi crea ancora molta emozione».
QUESTA E' ROCCA CALASCIO, UNO DEI BORGHI PIU' BELLI D'ITALIA ABBANDONATI...VI INVITO A LEGGERE QUESTI LINK CHE HO TROVATO IN RETE. PARLANO DEI LUOGHI ABBANDONATI D'ITALIA PER VIA DI VARI EVENTI, MA CHE SONO STUPENDI DA AMMIRARE E VISITARE, FORSE ABITARCI SAREBBE UTOPICO MA FA L'IDEA FA SOGNARE...
Otturatore, tempi ed esposizione L'otturatore è solitamente composto da una tendina metallica sottilissima e delicatissima che alzandosi fa entrare la luce e richiudendosi fa finire il flusso di luce. In
alcune reflex digitali e in alcune compatte, non è presente un
otturatore, ma viene acceso/spento il sensore per simularne il
funzionamento. I tempi d'esposizione, o più brevemente il tempo,
è l'altro parametro con cui possiamo dosare la luce, a parità di
diaframma un tempo lento farà passare più luce rispetto ad un tempo più
rapido. Solitamente i tempi vengono indicati in frazioni di secondo, tempi tipici ( in secondi ) sono: 4 - 2 - 1 - 1/2 - 1/4 - 1/8 - 1/15 - 1/30 - 1/60 - 1/125 - 1/250 - 1/500 - 1/1000 - 1/2000 – 1/4000 Spesso i tempi utilizzati sono le frazioni di
secondo, quindi frequentemente negli schermi e nei mirini si omette l'
1/ e si scrive il numero senza indicare la frazione.Raramente gli otturatori riescono a fornire tempi
più brevi di 1/4000 di secondo, mentre tutte le reflex utilizzano la
posa B o T che permette l'uso di tempi nell'ordine di secondi, minuti o
anche ore, che tornano utili in alcuni generi fotografici come la
fotografia notturna. Tempo corretto. Se dobbiamo fotografare un soggetto veloce, ci servirà un tempo rapido, per fermarlo (1/500). Per un soggetto lento basta un tempo più lento (1/15). Una buona regola di base per la scelta del tempo d'esposizione è: Per fotografare a mano libera scegliere un tempo che sia almeno l'inverso della focale in uso. Per esempio: se stiamo fotografando con un 300mm
a mano libera dovremo usare almeno un tempo di 1/300, se invece usiamo
un 28mm a mano libera dobbiamo usare un tempo di 1/30. Questa regola funziona con soggetti fermi o
comunque piuttosto lenti, nel caso in cui il soggetto si muova
velocemente o diagonalmente le cose si complicano, e specie per i primi
tempi è meglio usare sempre il tempo più veloce che possiamo
permetterci. Se usiamo una digitale con sensore a formato ridotto come un APS-C il tempo non varia. Se ci serve un tempo troppo lento, come evitiamo di fare una foto mossa? Se non possiamo aprire il diaframma, e non
possiamo aumentare gli ISO per far diminuire il tempo possiamo comunque
ricorrere a varie alternative, la classica è l'utilizzo di un cavalletto
o di un monopiede oppure ci si può appoggiare ad un muretto, ad un
albero o qualunque altro sostegno che ci renda più stabili. ISO L'ultimo importante parametro su cui possiamo agire è la sensibilità del sensore/pellicola. L'International Standard Organization più brevemente ISO, è l'unità di misura della sensibilità della pellicola, ad
ogni raddoppio del valore corrisponde un raddoppio della sensibilità
alla luce e viceversa ad ogni dimezzamento del valore si ha un
dimezzamento di sensibilità. Maggiore è il numero di ISO meno luce serve per
fotografare, ma il rumore ( la grana della foto ) diventa più evidente,
viceversa, minore è la sensibilità ( valori ISO più piccoli ) più luce
serve per fare la fotografia, però la qualità è maggiore. Regola pratica per i primi tempi potrebbe essere, usa sempre il valore ISO minimo per quello che vuoi fotografare, così otterrai sempre la massima qualità della foto. L'impostazione degli ISO si potrebbe lasciare in
automatico, però non è detto che la fotocamera imposti il valore che
serve a noi. Se stiamo fotografando a mano libera sarà necessario usare
un tempo sufficiente per non fare la foto mossa, spesso la fotocamera ci
viene in aiuto aprendo il diaframma, ma potremmo non volere un
diaframma più aperto, perché vogliamo sfruttare la profondità di campo!
tra i vari parametri su cui possiamo agire c'è appunto la sensibilità
ISO, ogni raddoppio del valore corrisponde ad 1 EV in più, viceversa ad
ogni dimezzamento del valore corrisponde 1 EV in meno. con un 50mm abbiamo un tempo di 1/30 il diaframma
è già all'apertura massima di f2,8 e la sensibilità è impostata su
200ISO, in queste condizioni per la nota regola del tempo di sicurezza
avremmo una foto mossa, accettando una minima perdita di qualità,
passiamo da 200ISO a 400ISO ( che è il valore successivo ) ed il tempo
passa da 1/30 ad 1/60 ( abbiamo aggiunto 1 EV ), se invece abbiamo un
cavalletto su cui montare la fotocamera potremmo voler usare una
sensibilità minore per avere una maggiore qualità, per cui portiamo gli
ISO da 200 a 100ISO ( il valore inferiore ) ed il tempo cala così da
1/30 ad 1/15 ( -1 EV ). Quanti ISO deve avere la fotocamera? È importante
che abbia una sensibilità minima di almeno 100 o 200 ISO ed una massima
il più alta possibile, per poter fotografare senza flash nelle
condizioni di luce più scarse, orientativamente una reflex parte dai 100
ed arriva almeno fino ai 1600ISO, alcuni recenti modelli anche a
26500ISO, naturalmente ai valori più elevati la qualità cala
vistosamente, producendo spesso foto inutilizzabili. Esposimetro L'esposimetro è il dispositivo che misura la luce
della scena e ci dice che coppia tempo/diaframma usare in base agli ISO
impostati, ed è importante avere un idea del suo funzionamento per
capire quando e come usarlo. d occhio un foglio bianco riflette molto la luce
mentre un foglio nero ne riflette poca, dato che ogni colore riflette
diversamente la luce si è deciso di usare come riferimento un grigio
neutro con riflettanza del 18%. Se in una scena sono presenti troppi elementi
chiari l'esposimetro fornirà una coppia tempo/diaframma tale da
scurirli, viceversa se sono presenti troppi elementi scuri, tenderà a
schiarirli, e qui sta il nocciolo della faccenda, se inquadro un abito
bianco, l'esposimetro farà il possibile per farmelo venire fuori grigio,
viceversa se inquadro un abito nero, l'esposimetro mi indicherà come
schiarirlo, ignorando che l'abito bianco deve restare bianco e l'abito
nero deve restare nero. In casi estremi come questo conviene puntare la
fotocamera su un soggetto di tinta più neutra posto vicino al soggetto
che vogliamo fotografare, leggere l'esposizione su quello ed usare quei
dati per il nostro soggetto, oppure compensare manualmente
l'esposizione, ad esempio diminuendo il tempo d'esposizione nel caso di
un soggetto chiaro o aumentandolo per un soggetto scuro.
Gli esposimetri incorporati nelle reflex per
misurare la luce si servono solitamente di 5 metodi abbastanza standard,
ma solo nei modelli più costosi si riescono a trovare tutti assieme: 1)Media a prevalenza centrale:
come dice il nome la luce viene misurata in tutta la scena inquadrata
ma si da più peso alla parte centrale, in cui si presuppone ci sia il
soggetto, per anni è stata la modalità d'esposizione più diffusa, ed
ancora oggi è apprezzata, basta ricordarsi di mettere il soggetto al
centro,specie nei ritratti e/o primi piani. 2)Multizona o valutativa: la scena viene divisa in zone,la luce viene misurata e mediata secondo delle
scene standard memorizzate nella fotocamera, è una modalità di
misurazione che si rivela vincente nella quasi totalità dei casi. A
seconda delle case produttrici prende un nome diverso. 3)Spot:
la misurazione avviene in una piccolissima fetta dell'immagine
indicativamente 3°, a causa di questa sua particolarità risulta
difficile calcolare l'esposizione per l'intera scena, perché
l'esposimetro fornisce la coppia tempo/diaframma solo per quella
piccolissima porzione inquadrata ignorando il resto,può toglierci d'impaccio nelle situazioni più complesse, ma richiede una certa dimestichezza nel uso.
4)Semispot:
e simile alla spot, ma l'angolo inquadrato è più ampio indicativamente
9°, risulta più gestibile della predente, ma comunque complessa per chi è
alle prime armi.
5)Multispot:
invece di lasciare decidere al sistema multizona quali sono le parti
importanti della scena, siamo noi a sceglierle inquadrando
successivamente in modalità spot tutte le parti che ci interessano ( di
solito si arriva fino a 9 letture spot ), sarà poi la fotocamera a fare
la media per trovare l'esposizione corretta.
Modalità d'esposizione:
1)Manuale:
siamo noi a scegliere tempo e diaframma, è la modalità che lascia più
controllo al fotografo, la fotocamera ci avverte quando l'esposizione è
corretta o di quanto stiamo sbagliando, solitamente con una barra
colorata.
2)Priorità dei tempi:
noi scegliamo il tempo e la fotocamera imposta il diaframma, utile
quando il soggetto è veloce o utilizziamo un teleobiettivo o il flash e non vogliamo andare sotto il tempo di sicurezza.
3)Priorità dei diaframmi: noi scegliamo il diaframma e la fotocamera imposta il tempo,permette di giocare con la PDC senza preoccuparsi del tempo.
4)Programmi vari:
la fotocamera imposta tempo e diaframma ed eventualmente anche il flash
in modo del tutto automatico seguendo dei canoni standard per il tipo
di programma scelto. Solitamente imposta un tempo sufficientemente
veloce per non muovere la foto a mano libera, eventualmente attivando il
flash.
Programmi dedicati...
a)Automatico o Program:
in base ad una serie di informazioni memorizzate nella fotocamera
sceglie tempo/diaframma tentando di riconoscere la scena, e si adatta di
conseguenza, per cui il suo funzionamento ricalca spesso i programmi
dedicati.
b)Ritratto: imposta sempre il diaframma più aperto, e predilige la messa a fuoco del soggetto più vicino.
c)Sport: imposta sempre il tempo più veloce, spesso si accoppia con la funzione di inseguimento del sistema autofocus.
d)Profondità di campo:
l'autofocus rileva il soggetto più vicino e quello più lontano
impostando il diaframma più chiuso in modo che siano entrambi a fuoco.
e)Paesaggi: imposta diaframmi chiusi e predilige la messa a fuoco del soggetto più lontano.
f)Macro: imposta diaframmi chiusi e mette a fuoco il soggetto più vicino.
g)Ritratto notturno:
come il ritratto però la fotocamera imposta un tempo lento per esporre
correttamente lo sfondo ed usa un colpo di flash per esporre il soggetto
in primo piano, questa tecnica è detta slow-sync.
Messa a fuoco manuale ed autofocus
Le moderne reflex hanno solitamente 4 modalità di
messa a fuoco, i cui nomi cambiano da ditta a ditta, ma la cui sostanza
rimane uguale, vediamoli:
1)AF one shot: messa a fuoco del soggetto solo premendo il pulsante di scatto, ideale per soggetti fermi, come persone in posa o cose.
2)AF predittivo:
la fotocamera sa di avere a che fare con un soggetto in movimento e
corregge la messa a fuoco stimando lo spostamento del soggetto nel breve
intervallo di tempo dello scatto, è l'ideale per soggetti in movimento.
3)AF intelligente: la fotocamera commuta tra i due metodi precedenti a seconda del soggetto.
4)Manuale:
il fotografo deve disattivare l'autofocus e ruotare la ghiera
dell'obiettivo fino a che l'immagine non appare nitida. Nelle vecchie
reflex che avevano solo la messa a fuoco manuale, nel mirino si vedeva
una corona di quadratini ed al centro un
immagine spezzata, per avere la messa
a fuoco bastava ruotare la ghiera dell'obiettivo finché l'immagine
appariva nitida sulla corona o equivalentemente l'immagine spezzata
diventava intera. Da notare che la fotocamera mette a fuoco il
soggetto solo se questo si trova in corrispondenza di uno dei sensori
dell'autofocus, solitamente indicati con un punto che s'illumina quando
aggancia un soggetto. Le moderne reflex hanno dai 5 ai 45 punti di messa
a fuoco, per individuare da sole il soggetto nella scena, ma è sempre
possibile scegliere il punto di messa a fuoco, nel caso in cui
l'autofocus voglia mettere a fuoco il soggetto sbagliato...
Sono ingombranti, macchinosi, scomodi. Mettono pure un po’ d’ansia, gli Oculus Rift, a chi li prova per la prima volta: tagliano completamente i contatti col mondo esterno, immergono in una realtà nuova e inaspettata. E mentre si aspetta in coda per i dieci minuti di test, non è che ci facciano una gran figura quelli che li stanno provando: a girare la testa, muoverla vero l’alto o il basso come se cercassero di avvicinarsi a qualcosa che solo loro vedono.
Nell’ultima versione, gli Oculus Rift montano uno schermo da 5 pollici in Full Hd, possono registrare il movimento della testa su sei assi, hanno una latenza di soli 30 millisecondi. Dati che si traducono così: immagini ben definite, grande accuratezza nel controllo dei movimenti, risultato più verosimile. Sullo schermo vengono visualizzate due immagini una accanto all’altra, una per ogni occhio, Delle lenti fanno sì che ad ogni occhio arrivi solo una delle due, e la leggera differenza che esiste tra loro serve a dare l’impressione della profondità. Gli Oculus Rift al momento funzionano con Mac, Pc e Linux, oltre che con Android. Non sono per ora compatibili con le normali console di gioco, e con la presentazione dei visori a realtà virtuale di Sony (Project Morpheus), è praticamente certo che non lo saranno con la PlayStation.
Infilata la maschera, che è grande all’incirca come una da sub, messe le cuffie sulle orecchie, il viaggio finalmente inizia. Ci si muove con un normale gamepad, ma tutto il resto non ha niente di normale. In una simulazione di battaglie spaziali, vista all’E3, la più grande fiera mondiale dei videogiochi, i missili nemici arrivano da dietro, sfiorano le spalle, si schiantano contro un’astronave che non è solo lontana in prospettiva, ma persa nel vuoto cosmico. Il primo contatto con la realtà virtuale è un’esperienza emozionante, forse solo appena meno di un vero viaggio tra stelle e pianeti.
Al Ces di Las Vegas era in mostra un nuovo prototipo, Crystal Cove, ancora più preciso e realistico. Stavolta il gioco consisteva in una specie di labirinto circondato da fiamme. Bastava spostarsi di poco perché si aprissero sotto i piedi voragini infocate. Ci si poteva perfino sporgere, per vedere più in basso la lava gorgogliante. Perché se il gamepad controlla la direzione, è poi muovendo la testa che il mondo intorno cambia, grazie a una serie di sensori integrati nel casco e a una videocamera esterna che funziona un po’ come la Kinect della Xbox. E anche qui l’esperienza era straniante: sembrava di essere diventati piccolissimi e caduti dentro una di quelle macchine goffe e misteriose che popolavano le sale giochi qualche decennio fa. Gli spezzoni di videogame visti finora erano poco più che pretesti per testare in funzionamento degli Oculus Rift: che intanto, come suggerisce anche Zuckerberg, si prestano a mille altri usi, dall’esplorazione virtuale di mondi lontanissimi fino alla comunicazione interpersonale. Così non stupisce se la reazione degli sviluppatori di videogiochi sia stata entusiastica e l’interesse del pubblico sempre crescente. Gli Oculus Rift sono ancora allo stadio di prototipo, e molte cose possono cambiare prima che arrivino sul mercato: in due anni di sperimentazione, i miglioramenti sono già stati numerosi, specie per la qualità dell’immagine, il peso e le dimensioni. Il nuovo modello per sviluppatori arriverà entro l’estate a 350 dollari, molto meno dei due miliardi pagati da Zuckerberg.
Probabilmente saranno in commercio in versione definitiva nel 2015, ma ci vorrà parecchio perché diventino di uso comune. Sempre che Mark Zuckerberg miri davvero a questo. Potrebbe, ad esempio, voler rivoluzionare l’industria del cinema: per gli spettatori sarebbe possibile curiosare tra le scene, o vedere un film dalla prospettiva dei vari attori. O potrebbe usarli per chattare, magari attraverso Whatsapp, il servizio che ha acquistato il mese scorso per 19 miliardi di dollari. Oppure, nell'ambito del progetto Internet.org, il Ceo di Facebook potrebbe usare i visori a realtà virtuale per portare assistenza sanitaria specializzata dove i medici sono pochi e difficilmente raggiungibili. O ancora, adottarli per nuove forme di didattica interattiva, per teleconferenze, per tutti quei casi in cui sia impossibile un contatto diretto tra persone. A Zuckerberg non mancano né i fondi né le idee.
ARTICOLO PRESO DA "LA STAMPA", AUTORE "BRUNO RUFFILLI"
Durante il Mobile World Congress di Barcellona, Nokia ha ufficializzato i suoi primi terminali equipaggiati con Android: una mossa largamente anticipata dai rumor ma che, nonostante ciò, ha destato più di qualche perplessità. Com’è possibile che Microsoft a pochi mesi dall’annuncio relativo all’acquisizione del gruppo finlandese abbia concesso a quest’ultimo di “tradire” Windows Phone?
Nokia, tramite Stephen Elop, ha cercato di chiarire la situazione spiegando che aveva bisogno di nuovi telefoni per coprire il segmento di mercato che si trova fra i Lumia e i suoi telefoni economici, gli Asha. Una via di mezzo (tendente più al low che al mid-range) che attualmente Windows Phone non sembra voler prendere in considerazione.
"Nella fascia di prezzo, bassa, in cui Windows Phone non esiste o l’esperienza Lumia non può essere trasportata, avevamo bisogno di qualcosa che non prevedesse l’obbligo di creare un altro ecosistema. Con il progetto open source di Android abbiamo ottenuto anche il beneficio di avere tante app compatibili."
Non è tardata ad arrivare nemmeno la reazione di Microsoft, che a dispetto delle previsioni è stata pacata e per certi versi favorevole al “passaggio” di Nokia ad Android. Queste le parole del vice presidente della divisione Communications, Frank X. Shaw:
"Siamo lieti di vedere servizi Microsoft, come Skype, OneDrive e Outlook.com su questi dispositivi. Ciò offre l’opportunità di portare milioni di persone, in particolare nei mercati in fase di sviluppo, verso la famiglia Microsoft."
Il progetto del duo Nokia-Microsoft è quindi quello di “avvicinare” gli utenti con telefoni low-cost, farli affezionare ai servizi sopracitati e sperare che questi ultimi passino a Windows Phone. Però potrebber non trattarsi di un piano a lungo termine.
Il colosso di Redmond ha infatti sottolineato che la decisione di produrre terminali Android è stata di Nokia, la quale fino al termine del processo di acquisizione (atteso per le prossime settimane) agirà in completa indipendenza. Dopo, sotto la direzione di Microsoft, le cose cambieranno. Il destino del robottino verde in salsa finlandese è ancora tutto da scrivere.
ARTICOLO DI ANDREA GUIDA "GEEKISSIMO"
Chris Hadfield, comandante della missione Expedition 35 sulla Stazione Spaziale Internazionale, a maggio 2013 ha cantato dallo spazio una cover di David Bowie, il famoso pezzo Space Oddity pubblicato nel 1969 in tempo per l'impresa dell'Apollo 11.
Hadfield, appassionato di musica,è stato già protagonista di una jam session stellare in diretta dallo spazio,ha confezionato una cover ben cantata corredata di un video in cui la chitarra fluttua complice l'assenza di gravità, e l'ha postato sui suoi numerosi profili 'social', da Facebook a Twitter dove ha numerosi fan.
"In tributo al genio di David Bowie, ecco Space Oddity, registrata sulla stazione spaziale. Un'ultima vista del mondo, scrive Hadfield nel post. Voce e chitarra sono state registrate a bordo della Stazione spaziale, il piano e gli altri strumenti sono stati aggiunti da un gruppo di collaboratori sulla Terra. Nel video si vedono anche delle bellissime immagini del nostro Pianeta prese dallo spazio.
Il comandante ha leggermente modificato il testo della canzone tarandolo sulla sua situazione personale: invece di 'Major Tom' il personaggio inventato da Bowie, Hadfield cita la navetta Soyuz. Il brano dura circa cinque minuti e ha il merito, oltre che di puntare l'attenzione sull'originalità e l'ironia di Hadfield (nel video il suo atterraggio è immaginato con paracadute e finisce con un'esplosione) anche di riaccendere l'entusiasmo verso le esplorazioni spaziali. Hadlfield,un veterano delle missioni nello spazio,insieme agli astronauti Tom Marshburn e Roman Romanenko, lascerà la stazione spaziale per atterrare in Kazakhstan con la Soyuz.
Nelson Rolihlahla Mandela, nato a Mvezo il 18 luglio 1918 e morto a Johannesburg il 5 dicembre 2013,è stato un politico sudafricano, primo presidente a essere eletto dopo la fine dell'apartheid nel suo Paese e premio Nobel per la pace nel 1993 insieme al suo predecessore Frederik Willem de Klerk.
Fu a lungo uno dei leader del movimento anti-apartheid ed ebbe un ruolo determinante nella caduta di tale regime, pur passando in carcere gran parte degli anni dell'attivismo anti-segregazionista. Protagonista insieme al presidente Frederik Willem de Klerk dell'abolizione dell'apartheid all'inizio degli anni Novanta, venne eletto presidente nel 1994, nelle prime elezioni multirazziali del Sudafrica, rimanendo in carica fino al 1999. Il suo partito, l'African National Congress, è rimasto da allora ininterrottamente al governo del paese.
Mandela è il cognome assunto dal nonno. Il nome "Rolihlahla" (letteralmente "colui che provoca guai") gli fu attribuito alla nascita; "Nelson" gli fu invece assegnato alle scuole elementari.
Il nomignolo Madiba è il suo nome all'interno del clan di appartenenza, dell'etnia Xhosa.
Nelson Mandela mosse i primissimi passi verso la conquista della libertà degli uomini nel 1941, all'età di ventidue anni, quando insieme al cugino Justice fu messo di fronte all'obbligo di doversi sposare con una ragazza scelta dal capo Thembu Dalindyebo. Questa imposizione di matrimonio combinato era una condizione che né Mandela né il cugino volevano tollerare. La scelta era molto delicata: o si sposava e andava contro il suo massimo principio, cioè la libertà, oppure non si sposava mancando così di rispetto alla sua tribù e alla famiglia. Così decise di scappare insieme al cugino, in direzione della città di Johannesburg.
Da giovane studente di legge, Mandela fu coinvolto nell'opposizione al minoritario regime sudafricano, che negava i diritti politici, sociali, civili alla maggioranza nera sudafricana. Unitosi all'African National Congress (ANC) nel 1942, due anni dopo fondò l'associazione giovanile Youth League, insieme a Walter Sisulu, Oliver Tambo e altri.
Dopo la vittoria elettorale del 1948 da parte del Partito Nazionale, autore di una politica pro-apartheid di segregazione razziale, Mandela si distinse nella campagna di resistenza del 1952 organizzata dall'ANC, ed ebbe un ruolo importante nell'assemblea popolare del 1955, la cui adozione della Carta della Libertà stabilì il fondamentale programma della causa anti-apartheid. Durante questo periodo Mandela e il suo compagno avvocato Oliver Tambo fondarono l'ufficio legale Mandela e Tambo fornendo assistenza gratuita o a basso costo a molti neri che sarebbero rimasti altrimenti senza rappresentanza legale.
Inizialmente coinvolto nella battaglia di massa, fu arrestato insieme ad altre 150 persone il 5 dicembre 1956, e accusato di tradimento. Seguì un aggressivo processo, durato dal 1956 al 1961, al termine del quale tutti gli imputati furono assolti. Mandela e i suoi colleghi appoggiarono la lotta armata dopo l'uccisione di manifestanti disarmati a Sharpeville, nel marzo del 1960, e la successiva interdizione dell'ANC e di altri gruppi anti-apartheid.
Nel 1958 aveva sposato in seconde nozze Winnie Madikizela, da cui poi si separò nel 1992.
Nel 1961 divenne il comandante dell'ala armata Umkhonto we Sizwe dell'ANC ("Lancia della nazione", o MK), della quale fu co-fondatore. Coordinò la campagna di sabotaggio contro l'esercito e gli obiettivi del governo, ed elaborò piani per una possibile guerriglia per porre fine all'apartheid. Raccolse anche fondi dall'estero per il MK, e dispose addestramenti para-militari, visitando vari governi africani. Nell'agosto 1962 fu arrestato dalla polizia sudafricana, in seguito a informazioni fornite dalla CIA, notizie che però lo stesso Mandela nella sua biografia ritiene non attendibili, e fu imprigionato per 5 anni con l'accusa di viaggi illegali all'estero e incitamento allo sciopero.
Durante la sua prigionia, la polizia arrestò importanti capi dell'ANC, l'11 luglio 1963 presso la Liliesleaf Farm, di Rivonia. Mandela fu considerato fra i responsabili, e insieme ad altri fu accusato di sabotaggio e altri crimini equivalenti al tradimento (ma più facili per il governo da dimostrare). Joel Joffe, Arthur Chaskalson e George Bizos fecero parte della squadra di difesa che rappresentò gli accusati.
Tutti, a eccezione di Rusty Bernstein, furono ritenuti colpevoli e condannati all'ergastolo, il 12 giugno 1964. L'imputazione includeva il coinvolgimento nell'organizzazione di azione armata, in particolare di sabotaggio (del cui reato Mandela si dichiarò colpevole) e la cospirazione per aver cercato di aiutare gli altri Paesi a invadere il Sudafrica (reato del quale Mandela si dichiarò invece non colpevole). Per tutti i successivi 26 anni, Mandela fu sempre maggiormente coinvolto nell'opposizione all'apartheid, e lo slogan "Nelson Mandela Libero" divenne l'urlo di tutte le campagne anti-apartheid del Mondo. Mentre era in prigione, Mandela riuscì a spedire un manifesto all'ANC, pubblicato il 15 giugno 1980.
Rifiutando un'offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata (febbraio 1985), Mandela rimase in prigione fino al febbraio del 1990. Le crescenti proteste dell'ANC e le pressioni della comunità internazionale portarono al suo rilascio l'11 febbraio 1990, su ordine del Presidente sudafricano F.W. de Klerk, e alla fine dell'illegalità per l'ANC. Mandela e de Klerk ottennero il Premio Nobel per la pace nel 1993. Mandela era già stato in precedenza premiato con il Premio Lenin per la pace nel 1962 e il Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 1988.
Durante la sua detenzione, durata appunto 26-27 anni, Mandela lesse molti testi, poemi, poesie, liriche, libri in lingua afrikaner (olandese) e inglese, lingua che nel corso della detenzione imparò a perfezione conoscendo grammatica e parlato del gergo comune. In particolare come spiegò il presidente dopo l'elezione come capo-guida della Repubblica del Sud Africa, una poesia in inglese del poeta Britannico William Ernest Henley, del 1875, dal nome Invictus, dal latino "invitto", o "invincibile" della raccolta Vita e Morte (Echi), pubblicata per la prima volta nel 1888 all'interno del libro Book of Verses. Questa poesia per Mandela è stata, la principale causa del suo continuare la vita in prigione nell'arco di 26, lunghi anni. La poesia viene anche presa come fonte d'ispirazione per il lungometraggio di Clint Eastwood, Invictus, con la partecipazione dell'attore Matt Damon, nel ruolo del capitano degli Springbok, anno 1990-1995, François Pienaar, e di Morgan Freeman.
Divenuto libero cittadino e Presidente dell'ANC (luglio 1991 - dicembre 1999) Mandela concorse contro De Klerk per la nuova carica di presidente del Sudafrica e vinse, diventando il primo capo di stato di colore. De Klerk fu nominato vice presidente. Come presidente, (maggio 1994 - giugno 1999), Mandela presiedette la transizione dal vecchio regime basato sull'apartheid alla democrazia, guadagnandosi il rispetto mondiale per il suo sostegno alla riconciliazione nazionale e internazionale. Tale transizione fu portata avanti tramite l'istituzione, da parte dello stesso Mandela, di un tribunale speciale, la cosiddetta Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission, TRC). Un ruolo particolare Mandela svolse nell'ispirare e consigliare i rappresentanti dello Sinn Féin irlandese, impegnati nelle trattative di pace con il governo britannico.
Alcuni esponenti radicali furono delusi dalle mancate conquiste sociali durante il periodo del suo governo, nonché dall'incapacità del governo di dare risposte efficaci al dilagare dell'HIV/AIDS nel Paese. Mandela stesso ammise, dopo il suo congedo, che forse aveva commesso qualche errore nel calcolare il possibile pericolo derivante dal diffondersi dell'AIDS. Anche la decisione di impegnare le truppe sudafricane per opporsi al golpe del 1998 in Lesotho fu una scelta controversa. Il 18 luglio 1998, giorno del suo ottantesimo compleanno, si sposò (per la terza volta) con Graca Machel.
Dopo aver abbandonato la carica di presidente nel 1999, Mandela ha proseguito il suo impegno e la sua azione di sostegno alle organizzazioni per i diritti sociali, civili e umani. Ha ricevuto numerose onorificenze, incluso l'Order of St. John dalla Regina Elisabetta II e la Presidential Medal of Freedom da George W. Bush.
Mandela è una delle due persone di origini non indiane (l'altra è Madre Teresa) ad aver ottenuto il Bharat Ratna, il più alto riconoscimento civile indiano (nel 1990). A testimonianza della sua fama va ricordata la visita del 1998 in Canada, durante la quale allo Skydome di Toronto parlò in una conferenza a 45.000 studenti che lo salutarono con intensi applausi. Nel 2001 ha ricevuto l'Ordine del Canada, primo straniero a ricevere la cittadinanza onoraria canadese.
Nel giugno 2004, all'età di ottantacinque anni, Mandela ha annunciato di volersi ritirare dalla vita pubblica e di voler passare il maggior tempo possibile con la sua famiglia, finché le condizioni di salute glielo avessero concesso. Ha comunque fatto un'eccezione nel luglio 2004 confermando il suo duraturo impegno nella lotta contro l'Aids recandosi a Bangkok per parlare alla XV conferenza internazionale sull'AIDS. Il 23 luglio 2004, con una cerimonia tenutasi a Orlando, Soweto, la città di Johannesburg gli ha conferito la più alta onorificenza cittadina, il "Freedom of the City", paragonabile alla consegna delle chiavi della città.
Il 27 giugno 2008 a Londra, in Hyde Park, si è svolto un grande concerto per ricordare i suoi novant'anni, il suo impegno nella lotta contro il razzismo e il suo contributo alla lotta contro l'AIDS. A sorpresa Nelson Mandela ha voluto essere presente al concerto, accolto da una straordinaria ovazione di circa 500 000 persone. Ai lati del palco campeggiava il numero 46664, il numero che era scritto sulla sua giubba durante la permanenza in carcere. Mandela ha pronunciato un breve discorso in cui ha ribadito le ragioni del suo impegno civile e politico, dopo aver ringraziato per la straordinaria manifestazione di affetto e di rispetto nei suoi confronti.
Il 18 luglio 2009, giorno del suo novantunesimo compleanno, un fantasmagorico tributo chiamato "Mandela Day" gli hanno riservato i grandi dello spettacolo, della politica e della cultura mondiale (tra cui Carla Bruni col marito Nicolas Sarkozy, Stevie Wonder, Aretha Franklin, Gloria Gaynor, l'italiano Zucchero, ecc.) al Radio City Music Hall di New York (USA). Durante i mondiali di calcio in Sudafrica del 2010, da lui fortemente voluti, non ha potuto presiedere alla cerimonia di apertura a causa di un grave lutto in famiglia: la nipote tredicenne, infatti, ha perso la vita in un incidente automobilistico proprio alla vigilia della manifestazione; tuttavia ha presenziato, a sorpresa, alla cerimonia di chiusura, poco prima che le due finaliste scendessero in campo.
La casa in cui Mandela abitò a Soweto è oggi sede del Mandela Family Museum, dedicato alla vita di Mandela.
Il 28 marzo 2013 viene ricoverato in un ospedale di Pretoria per una grave infezione polmonare, connessa ad una tubercolosi subita durante il periodo di prigionia; viene dimesso dopo pochi giorni, il 6 aprile 2013.
Due mesi dopo, l'8 giugno 2013, viene nuovamente ricoverato in condizioni preoccupanti ma stabili.
Nella notte del 24 giugno 2013 le condizioni di Madiba si aggravano notevolmente, sempre in relazione alla grave infezione polmonare connessa alla vecchia tubercolosi. La mattina del 27 giugno, la famiglia viene convocata d'urgenza all'ospedale di Pretoria. La figlia maggiore, Makaziwe, ha parlato alla radio pubblica SABC, dichiarando: "Non voglio mentire. Mio padre è in uno stato molto critico. Può accadere da un momento all'altro - ha annunciato la primogenita di Madiba -. Papà è ancora tra noi, risponde al contatto. Dio sa quando sarà il momento. Aspettiamo con lui, con papà, che è ancora con noi, aprendo gli occhi e reagendo quando viene toccato".
Il 4 luglio 2013 viene dichiarato in stato vegetativo permanente, ma la notizia viene successivamente smentita.
Nelson Mandela è morto il 5 dicembre 2013 nella sua casa di Johannesburg; a darne per primo l'annuncio è stato il presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, in diretta televisiva.
Il gruppo musicale dei The Specials nel 1984 gli ha dedicato una canzone dal titolo Free Nelson Mandela.
Ruud Gullit, allora calciatore del Milan, ha dedicato a Nelson Mandela il premio "Pallone d'oro" assegnatogli da France Football nel 1987.
Il gruppo musicale Simple Minds gli ha dedicato una canzone intitolata Mandela Day nel loro album del 1989 Street Fighting Years.
Nel 2009 Clint Eastwood ha diretto il film Invictus - L'invincibile con Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela nei primi anni della sua presidenza.
Dal 2010 si celebra il Nelson Mandela International Day, giornata internazionale in suo onore che si tiene annualmente il 18 luglio, giorno del genetliaco dell'ex presidente sudafricano.
Il pianista Giovanni Allevi ha dedicato a Mandela un brano omonimo del suo album Sunrise, del 2012.
Ogni anno in Italia vengono rubate 320 mila biciclette, pari all’8% di quelle circolanti
Incidere il proprio codice fiscale sul telaio della bici al momento
dell’acquisto e poi registrare i dati di marca e modello associati al
nome e cognome del proprietario su un database nazionale. È questa una
delle proposte della Federazione italiana amici della bicicletta (Fiab) per contrastare un fenomeno dannoso per le persone e per l’economia del nostro paese: il furto di biciclette.
Ogni anno, secondo le stime di Fiab, in Italia vengono rubate circa 320
mila biciclette su 4 milioni di pezzi circolanti (circa l’8% del
totale). «Ormai è un fenomeno diffuso, a cui le persone rispondono con
rassegnazione», afferma Giulietta Pagliaccio, presidente della Fiab. Non
a caso, dall’ultima indagine condotta dalla stessa associazione, che ha
coinvolto prefetture, capoluoghi di provincia e 4 mila cittadini
ciclisti, è emerso che solo il 40% dei furti viene regolarmente
denunciato.
Nella classifica delle paure dei ciclisti al primo posto c’è quella di
essere investiti e subito dopo quella di essere derubati. Una
preoccupazione che costituisce un disincentivo all’utilizzo della
bicicletta e al suo acquisto per un danno economico, secondo
Confindustria Ancma e Fiab, di 150 milioni di euro tra mancati introiti
per l’industria e transazioni in nero. «Spesso, per timore di subire un
furto, i ciclisti preferiscono comprare biciclette economiche di bassa
qualità, che però sono meno sicure e che, spesso, sono prodotte al di
fuori dell’Italia. Il nostro Paese realizza due ruote di grande pregio,
che hanno un costo più elevato rispetto alla media. Per far ripartire
questo settore, servirebbe garantire una maggiore sicurezza
sull’acquisto e sull’utilizzo dei mezzi», evidenzia Pagliaccio.
Rubare una bicicletta è un reato. Il Codice penale (art. 624) lo punisce
con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e con una multa da 154 a 516 euro.
Chi le vende, poi, si macchia del delitto di ricettazione, punito con
la reclusione da 2 a 8 anni e con una multa da 516 a 10.329 euro. Di
certo, non è semplice cogliere i ladri di biciclette sul fatto, ma
queste sono le misure previste dalla legge. Non è al sicuro nemmeno chi
compra mezzi rubati. E cioè chi non ne abbia accertata la legittima
provenienza. Chi acquista mezzi «sospetti» può essere punito con
l’arresto fino a 6 mesi o con un’ammenda non inferiore a 10 euro.
«In nessun Paese del mondo è stata trovata la soluzione», sottolinea
Pierfrancesco Maran, delegato nazionale Anci per la mobilità. «Al
momento, in Italia, ogni Comune gestisce questo problema con procedure
diverse. C’è invece bisogno di un modello unico che definisca gli
standard da adottare a livello nazionale». Alla luce di tutti questi
dati, Fiab ha proposto di redigere delle linee guida condivise per
combattere i furti e di attivare un sistema volontario di
identificazione delle bici rubate attraverso la punzonatura del codice
fiscale sulla bici e successiva registrazione dei dati del veicolo e del
proprietario in un database pubblico.
Udoo, piccolo e multitasking così il computer parla toscano. Frutto della collaborazione tra Seco e Aidilab, sta scalando le vette di Kickstarter, la piattaforma per il finanziamento dal basso.
L’hanno pensato un anno e mezzo fa e ha già fatto il botto. Si chiama Udoo. E’ un micro-computer nato in Toscana che ha scalato le classifiche di Kickstarter, forse la principale piattaforma web per lanciare il finanziamento dal basso delle idee più rivoluzionarie in circolazione. Ha raggiunto in pochi mesi di esposizione 641.614 dollari e si è piazzato tra i primi quindici progetti al mondo che piacciono di più: 13mo nella categoria Technology e 7mo in quella più propria di Hardware Technology.
Udoo ha grandi ambizioni. Fonde insieme computer tradizionali, smartphone e microcontrollori (quelli che regolano la temperatura dei frigo o delle case, per intendersi) in un unico componente. E’ frutto della collaborazione tra Seco (www.seco.com), un’azienda aretina di microcontrollori, e Aidilab (www.aidilab.com), una società di Interaction Design messa in piedi da docenti ed ex studenti dell’Università di Siena. Daniele Conti, Antonio Rizzo e Maurizio Caporali sono i
capoprogetto. Ma cosa fa Udoo?
E' una sorta di multitasking tecnologico che lavora sia con il sistema operativo Linux che Android e permette un’interazione su più livelli. Lo si può usare per imparare a programmare i comportamenti dei pixel su uno schermo, ma anche gli oggetti che stanno intorno a noi. Servirà nelle scuole per avviare i nativi digitali alla scoperta dell’apprendimento 2.0, ma anche nella domotica fai da te. Attualmente è in fase di beta testing con tester selezionati in 20 università e centri di ricerca di tutto il mondo.
Antonio Rizzo, uno dei fondatori di Aidilab ora in trasferta a San Diego (California), racconta: «Abbiamo in cantiere due progetti. Uno è con il Centro Enel di Pisa per l’ottimizzazione della produzione elettrica con il fotovoltaico. Udoo garantirebbe l’autoregolazione del funzionamento dei pannelli in alta montagna rendendoli più convenienti e più efficienti. Un altro progetto è la domotica fai da te. L’open source renderebbe automatico il regolamento delle temperature nelle stanze in funzione delle stagioni, delle attività lavorative che vi si svolgono interfacciandosi con i sistemi energetici esterni». La filosofia open source hardware va a braccetto anche con i sistemi di educazione. «A Barcellona, in Spagna, pensiamo di realizzare delle soluzioni low cost e open source, ad esempio dei banchi per le scuole. Nel 2014 — chiude Rizzo — lanceremo un concorso di idee aperto a tutti, con le università come punto di riferimento, per l’educazione nelle scuole».
Ridley Scott avrebbe scelto: per la sceneggiatura di Blade Runner 2 ha ingaggiato Michael Green, già co-autore dello script di Green Lantern.
Da quando la Alcon Entertainment ha rilevato i diritti sui sequel e gli eventuali prequel di Blade Runner, si sono susseguite in continuazione voci sulla composizione della squadra che avrebbe riportato sul grande schermo il conflitto tra umani e replicanti. Se Bud Yorkin si era ritagliato da subito il ruolo di produttore nell'accordo con Broderick Johnson e Andrew Kosove, co-fondatori della Alcon, il primo tassello del difficile mosaico volto a doppiare la vetta del prototipo è stata la riconferma di Ridley Scott dietro la macchina da presa. Intanto la compagine produttiva si è arricchita, coinvolgendo gli executive producers Frank Giustra e Tim Gamble della Thunderbird Films. La primavera scorsa Scott confermava in un'intervista rilasciata al quotidiano britannico Independent la sua intenzione di coinvolgere ancora Harrison Ford nei panni del cacciatore di taglie Rick Deckard, con ogni probabilità non da protagonista, ma in un ruolo chiave. La compagnia di produzione ha smentito ogni trattativa con l'attore americano e nel frattempo Scott ha dovuto fronteggiare le ire dei fan di mezzo mondo per il mezzo passo falso di Prometheus, specie se considerato nell'ottica di una rivisitazione della mitologia di Alien, come ribadito in più sedi dallo stesso regista inglese. Nell'agosto 2011 Scott aveva dichiarato di voler entrare in produzione con Blade Runner 2 entro un anno e mezzo, ma a quanto pare le vicissitudini degli ultimi mesi hanno dilatato i tempi. Comunque, se non altro sembrerebbe che qualcosa si sia mosso sul versante chiave della sceneggiatura: secondo i rumor riportati da The Wrap, Scott in persona avrebbe scelto Michael Green per occuparsi dello script. Il giovane autore americano non è un esordiente, sebbene il suo nome sia sconosciuto ai più. Dopo il debutto come sceneggiatore di fumetti su testate storiche come la serie Superman/Batman, Green ha collaborato nel ruolo di produttore a Smallville ed è stato inoltre co-produttore esecutivo e sceneggiatore di alcuni episodi di Heroes. Nel 2009 ha creato per la NBC Kings, una riproposizione della storia biblica di Davide ambientata in un presente alternativo, interrotta dopo soli tredici episodi per il deludente riscontro da parte del pubblico. Nel 2011 entra nella squadra di Lanterna Verde di Martin Campbell sotto l'egida del produttore Greg Berlanti (già suo collega nei teen drama Everwood e Jack & Bobby), lavorando alla sceneggiatura con lo stesso Berlanti, Marc Guggenheim e Michael Goldenberg. La superproduzione dedicata allo storico eroe DC Comics viene poco apprezzata dalla critica e risulta fallimentare al botteghino. Malgrado ciò, con la metà di questa stessa squadra (vale a dire Berlanti e Guggenheim), Green è tornato all'opera sulla sceneggiatura di Flash, film attualmente in stato di sviluppo ma vincolato all'incerto destino della Justice League of America. Da cosa partirà per questo delicato incarico, è ancora presto per dirlo. A questo punto, potrebbe essere messa in discussione anche l'idea originaria di Scott di incentrare la storia su un forte personaggio femminile, denominatore comune di una fetta importante della sua produzione. Vale la pena comunque ricordare che Green ha da poco completato in collaborazione con Stuart Hazeldine il copione di Gods and Kings, un biopic dedicato alla figura di Mosè che potrebbe essere girato da Steven Spielberg. Insomma, un autore non proprio dal pedigree del fuoriclasse, ma un mestierante con qualche buon colpo nel suo repertorio e, potremmo azzardare, con un interesse ricorsivo per la tradizione ebraico-cristiana. In ogni caso, forse non esattamente il tipo di curriculum che gli appassionati potrebbero essere disposti a considerare per il seguito di un film divenuto di culto, fondativo del nostro immaginario contemporaneo. D'altro canto autori in partenza molto più titolati hanno già dimostrato di poter rimediare sonore cantonate, come nel caso di Damon Lindelof con Prometheus (o, non dimentichiamo neanche quello, Cowboy & Aliens). Hollywood, a quanto pare, è disposta a concedere un'occasione a tutti. Vedremo se Green saprà giocarsi al meglio la sua prima chance da solista.
ARTICOLO DA: Autore: Giovanni De Matteo - Data: 4 giugno 2013 - Fonte: The Wrap
Gran sole e gran caldo nei prossimi giorni, le temperature saranno in salita sino a Mercoledì, si potranno toccare i 35/36 gradi nelle zone più interne e nei grossi centri urbani specie in Emilia. Da Mercoledì sera primi disturbi a partire da ovest, Giovedì temporali al nord che potranno essere di forte intensità.
Sarà gran caldo africano ma non durerà...
da minime under 10 con neve sui monti a fine Maggio al rovente alito dell'Africa, il tempo è notevolmente anomalo negli utlimi tempi e diventa difficile prevederne le mosse, cerchiamo di capire se e quanto durerà questa ondata di caldo africano in arrivo. Una forte accelerazione del jet stream alle alte latitudini favorisce la ricomparsa dell'anticiclone delle Azzorre che fondendosi con l'hp Africano sta portando i primi caldi dell'estate 2013. Le temperature sino a Martedì saranno prettamente estive ma senza eccessi, over 30 su molte zone del nord.
Lunedì sera una profonda depressione in pieno Atlantico al largo dell'Iberia provocherà la classica risalita dell'hp Africano che taglierà fuori l'Azzoriano e sfruttando ad est un'altra depressione sui Balcani si instaurerà sull'Italia con classica figura ad omega, sinonimo di blocco e persistenza, ma i modelli sembrano scongiurare il cut- off e la depressione dovrebbe colmarsi. La giornata peggiore sarà Martedì quando la lingua calda porterà su alcune zone del nord temperature prossime ai 40 gradi, ma già da Mercoledì sera aria fresca di origine atlantica irromperà sul nord Italia provocando contrati termici elevati che potranno dar luogo a temporali anche di forte intensità, ancora caldo al centro e al sud. In seguito dominerà ancora l'instabilità con periodi soleggiati e temporali almeno sino a Domenica 30, data da confermare vista l'elevata distanza temporale, come detto prima dovrebbe essere scongiurato il rischio di blocco ma il tempo ultimamente è molto schizofrenico. Buona estate a tutti.
Fumare fa male al cuore, proprio e degli altri. Lo dimostrano due ricerche presentate a Monaco durante l'ultimo congresso dell'European Society of Cardiology, secondo cui le arterie degli adolescenti fumatori hanno l'aspetto di quelle di un cinquantenne malmesso e chi subisce il fumo passivo vede crescere non poco il rischio di ictus e infarti.
ADOLESCENTI – La prima ricerca è stata condotta in Svizzera nell'ambito dello Swiss Study on Air Pollution And Lung and Heart Disease In Adults (SAPALDIA), per il quale sono state arruolate circa 10mila persone; i ricercatori sono andati ad analizzare 350 figli dei partecipanti, di età compresa fra gli otto e i vent'anni, per capire quanto fossero esposti al fumo attivo e passivo e soprattutto quali conseguenze ciò avesse avuto sulle loro arterie. I ricercatori innanzitutto si sono accorti che il 15 per cento dei ragazzi fumava, anche se di rado (con una leggera prevalenza fra le femmine); uno su tre, inoltre, era esposto al fumo passivo da almeno dieci anni. Poi, valutando lo spessore del rivestimento della carotide in tutti i ragazzini, la dottoressa Julia Dratva che ha coordinato lo studio si è accorta che i giovanissimi esposti al fumo hanno già le arterie più ispessite del normale. «La correlazione è netta soprattutto per chi fuma, inoltre all'aumentare della durata della cattiva abitudine cresce anche lo spessore dei vasi – spiega Dratva –. Nella maggioranza dei casi i ragazzi fumavano solo da due, tre anni; eppure, anche dopo un periodo relativamente breve di sigarette si possono notare alterazioni significative nella struttura delle arterie, indicative di uno sviluppo precoce di aterosclerosi. Resta invece da capire se smettere di fumare possa far regredire i danni cardiovascolari».
FUMO PASSIVO – Danni a cui va incontro, purtroppo, anche chi fumatore non è ma viene suo malgrado esposto al fumo passivo: una ricerca turca presentata a Monaco ha mostrato che dopo un'ora passata in una stanza piena di fumo le piastrine tendono ad aggregarsi di più, aumentando di conseguenza il pericolo che si formino trombi. Mehmet Kaya, il ricercatore che ha coordinato lo studio, ha coinvolto 55 non fumatori sani e dopo averli fatti stare a respirare fumo per un'ora ha misurato nel sangue tre parametri: il volume medio delle piastrine, indicativo della loro tendenza ad attivarsi (aumenta per esempio durante un evento trombotico acuto); la carbossiemoglobina, ovvero l'emoglobina legata al monossido di carbonio (sostanza che si suppone correlata alle lesioni cardiovascolari da fumo); il lattato, che si forma quando l'apporto di ossigeno alle cellule del sangue è scarso. «Dopo un'ora di fumo passivo tutti e tre i valori sono alterati, ma soprattutto le piastrine mostrano un aumento dell'attivazione e della tendenza ad aggregarsi – spiega Kaya –. Dati che confermano studi precedenti e spiegano il meccanismo con cui anche un'esposizione limitata al fumo passivo fa male a cuore e vasi. È verosimile che stando ancora più a lungo in un ambiente dove si fuma l'effetto sia ancora più marcato: chi non fuma dovrebbe limitare al massimo di esporsi al fumo passivo, se non vuole aumentare il proprio rischio di infarti e ictus».
MEMORIA – Senza contare che il fumo passivo potrebbe addirittura provocare "buchi" di memoria: una ricerca appena pubblicata sulla rivista Addiction dimostra infatti che chi è esposto al fumo passivo per una media di 25 ore alla settimana nel giro di quattro-cinque anni sviluppa piccoli "disturbi" di memoria che nei test cognitivi lo portano a ricordare il 20 per cento in meno rispetto ai non fumatori non costretti a stare in ambienti fumosi. «A chi fuma attivamente va ancora peggio: abbiamo verificato che i fumatori nei test di memoria hanno risultati del 30 per cento inferiori rispetto a chi è esposto al fumo passivo – dice Tom Hefferman, il ricercatore inglese che ha condotto la ricerca –. Tutto questo significa che il fumo, attivo o passivo, può compromettere seriamente le attività cognitive nella vita di tutti i giorni».